Per motivi organizzativi abbiamo spostato il percorso nel seguente periodo Il primo incontro 10 Aprile,…
III Domenica di Avvento
OMELIA VI.
Tenuta al popolo nella basilica dei Santi Marcellino e Pietro,
la terza domenica d’Avvento
da Gregorio Magno, Papa.
1. Giovanni ebbe davvero dei dubbi riguardo a Cristo? — Abbiamo una domanda da rivolgerci, fratelli carissimi: Giovanni, profeta e più che profeta, che indicò il Signore al battesimo nel Giordano, dicendo: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo; che, considerando la propria debolezza e la potenza della sua divinità, affermò: Chi viene dalla terra parla della terra; chi, invece, viene dal cielo è al di sopra di tutti, perché, posto in prigionia, inviò i suoi discepoli a chiedere: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro? Non è, infatti, pensabile che non conoscesse Colui che aveva additato, o non fosse al corrente della sua identità, dopo avergli reso testimonianza, con la profezia, al battesimo e con precise indicazioni.
La difficoltà subito scompare se si riflette al tempo e all’articolarsi dei fatti. Presso le acque del Giordano afferma, infatti, che Egli è il Redentore del mondo; dal carcere manda a chiedere se Egli stia per venire, non perché dubiti di Lui come Redentore del mondo, ma per sapere se Colui che era venuto nel mondo da solo, discenda pure da solo nell’oltretomba, avendo ancora lui come precursore.
L’aveva, infatti, annunciato al mondo preparandogli la via, e ora stava per precederlo nella morte. Per questo chiede: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?, e ciò significa: Essendoti degnato di nascere per gli uomini, rivelaci se vorrai morire per loro, e cosi, essendo io stato precursore della tua nascita, lo sia anche della tua morte, e annunci la tua discesa agli inferi, dopo averti indicato presente nel mondo.
Perciò il Signore, a cui era stata rivolta la domanda, elencati i segni prodigiosi della sua potenza, accenna subito al suo umiliarsi nella morte: I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi odono, i morti tornano in vita, ai poveri è proclamata la buona novella, ed è beato chi non si sarà scandalizzato di me. Di fronte a tanti segni e prodigi, chiunque avrebbe dovuto non provare scandalo ma ammirazione. Lo spirito di chi non credeva restò invece turbato come di fronte a uno scandalo, vedendolo preda della morte anche dopo tanti prodigi.
Per questo Paolo scrive: Noi, invece, predichiamo Cristo crocifisso, motivo di scandalo per i Giudei, follia secondo i pagani. Agli uomini sembrò, infatti, una follia che l’Autore della vita diventasse — per loro — preda della morte, e cosi, di fronte a Lui, provarono scandalo proprio in ciò verso cui avrebbero dovuto sentirsi più debitori. Dio, infatti, dovrebbe essere onorato dagli uomini con ossequio ancora più grande, per il fatto di aver subito oltraggi per loro.
Che significa: Beato chi non si sarà scandalizzato di me, se non un palese richiamo all’umiliazione e all’oltraggio della sua morte? Come se dicesse esplicitamente: Compio miracoli, ma non disdegno di sopportare i dolori. Ti imito, perciò, nella morte, e gli uomini devono evitare di disprezzarmi in essa, loro che pur venerano i prodigi da me compiuti.
2. L’uomo carnale è simile ad una canna. — Ascoltiamo, ora, ciò che Egli dice di Giovanni alle folle, partiti i suoi discepoli: Chi siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? La domanda conduce, evidentemente, a una risposta non affermativa ma negativa. Il vento, infatti, appena tocca una canna la piega in un’altra direzione. E allora, che cosa indica una canna se non l’uomo carnale? Questi, infatti, appena è raggiunto da una lode o da una critica, subito piega verso luna o l’altra parte. Se infatti dalle labbra degli uomini è rivolta a lui una lode, gioisce, si esalta e finisce col prostrarsi di fronte al dono. Se invece l’impeto della detrazione spunta da dove veniva la brezza della lode, subito ciò lo piega verso la parte opposta e a violenti furori.
Giovanni non era affatto una canna agitata dal vento, perché né la lode poteva blandirlo né il biasimo lo rendeva violento nell’ira. La prosperità non lo esaltava né le prove riuscivano a piegarlo. Egli non era una canna agitata dal vento, perché nessun mutare di eventi riusciva a distoglierlo dalla rettitudine delle sue posizioni.
Impariamo dunque, carissimi fratelli, a non essere una canna agitata dal vento. Fortifichiamo il nostro spirito anche tra i soffi delle chiacchiere, e rimanga inflessibile la nostra condizione mentale. Nessuna detrazione ci trascini all’ira e la lode non ci porti ad esibire una riconoscenza non dovuta. La prosperità non ci esalti e le difficoltà non ci turbino: ben saldi nella fermezza della fede, non lasciamoci smuovere dall’instabilità di vicende che passano.
3. Chi si sottrae alla prova e cerca il piacere non è al servizio di Dio. — Ancora in riferimento a lui si soggiunge: Ma chi siete andati a vedere nel deserto? Un uomo mollemente vestito? Si sa che chi porta morbide vesti abita nei palazzi dei re. E infatti noto che di Giovanni si scrive che portava un vestito tessuto con peli di cammello. Cosa dobbiamo, allora, vedere nella frase: Si sa che chi porta morbide vesti abita nei palazzi dei re, se non un’aperta affermazione del fatto che militano per un re della terra, e non per quello del cielo, quanti rifuggono dall’affrontare le difficoltà per il Signore, cercando solo le raffinatezze e i piaceri della vita presente, unicamente attratti dai beni esterni?
Nessuno perciò ritenga che non c’è peccato nella ricercatezza e nel lusso dell’abbigliamento. Se non si trattasse di atteggiamento colpevole, il Signore non avrebbe lodato Giovanni per l’austerità del vestito, e l’apostolo Pietro non avrebbe frenato, nella sua lettera, le donne dal desiderare il lusso nell’abbigliamento, scrivendo: Non con veste sontuosa. Pensate dunque alla colpa di cui si macchiano gli uomini se hanno anch’essi questo desiderio, da cui il pastore della Chiesa ha cercato di tener lontano le donne.
4. Il coraggio di Giovanni nel colpire i vizi. — Questa notizia riguardante Giovanni — che cioè egli non portava vesti sontuose — può avere anche un’altra interpretazione allegorica. In coerenza col rifiuto di abbigliamenti lussuosi, egli mai incoraggiò con blandizie la vita dei disonesti, ma la colpì con il vigore di aspre invettive, dicendo: Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sottrarvi all’ira che sta per venire?
Cosi dice, in proposito, Salomone: Le parole dei sapienti sono come pungoli e come chiodi profondamente confitti. Le parole dei saggi possono quindi essere paragonate a chiodi e a stimoli, perché rifiutano di accarezzare le colpe dei disonesti e ne sono come dei pungoli.
5. Perché Giovanni è proclamato più che un profeta. — Chi siete andati a vedere nel deserto? Un profeta? Si, vi dico; anzi, più che un profeta. Il ministero profetico comporta, infatti, la predizione degli eventi futuri, non anche di mostrarli compiuti. Giovanni dunque è più che un profeta, perché indicò presente il Signore, dopo averlo preannunziato ed esserne stato il precursore. Di lui si afferma che non fu canna agitata dal vento, che non portava vesti sontuose e che l’appellativo di profeta era inadeguato.
Ascoltiamo allora ciò che degnamente può essere detto per definirlo: Egli è colui di cui sta scritto: Ecco io invio davanti a te il mio messaggero, che preparerà la tua via innanzi a te. Il vocabolo «angelo», di origine greca, in latino indica chi fa da messaggero, ed è esatto definire con questo termine chi è inviato ad annunciare il Giudice divino: si esprime cosi, nel linguaggio, la dignità tipica dell’azione. Il nome è solenne, ma la vita di Giovanni non gli fu inferiore.
6. Angeli sono i sacerdoti. — Non torni a nostra condanna, fratelli carissimi, il fatto di definire angeli tutti coloro cui è attribuito il titolo sacerdotale, come si legge in questo passo del profeta: Le labbra del sacerdote custodiscono la scienza e dalla sua bocca ci si aspetta l’annuncio della Legge, perché egli è l’Evangelo del Signore degli eserciti.
Anche a voi però, se volete, è consentito raggiungere la meta sublime espressa dal nome. Se ciascuno di voi, infatti, per quanto è in suo potere e assecondando la grazia dell’ispirazione divina, allontana il prossimo dal male, si impegna ad esortarlo a compiere il bene, ricorda a chi pecca il Regno eterno e il supplizio, quando formula i contenuti di questo divino messaggio esplica, in verità, le funzioni di angelo.
Nessuno dica: Non mi riesce di dare consigli e sono inadatto a esortare. Per quel che ti è possibile, intervieni, per non dover rendere conto, nei tormenti, di aver esposto a rovina chi ti era stato affidato. Non più di un talento aveva ricevuto, infatti, chi si preoccupò di nasconderlo anziché di farlo fruttificare. Sappiamo anche che nel Tabernacolo di Dio non furono costruite solo coppe ma, per comando del Signore, anche bicchieri. Le prime indicano la grande scienza, gli altri la dottrina limitata e modesta. C’è chi, gran conoscitore della vera dottrina, cattura la mente degli ascoltatori, e, insegnando cosi, porge davvero una coppa. Un altro non riesce a trasmettere alla perfezione ciò che sente, ma se in qualche modo compie l’annuncio offre al gusto il suo modesto bicchiere.
Posti nel Tabernacolo di Dio, cioè nella santa Chiesa, se non siete in grado di porgere grandi coppe di sapienza e di dottrina, per quanto vi riesce con l’aiuto divino offrite al vostro prossimo i piccoli calici della buona parola. Se vi sembra di aver compiuto qualche progresso, portate altri con voi, e coltivate il desiderio di avere compagni sulla via di Dio. Se qualcuno di voi, fratelli, si reca verso la piazza o ai bagni, invita ad accompagnarlo chi vede non impegnato in alcuna attività. Rimanga pure, fra voi, questa consuetudine di comportamento, e, se camminate verso Dio, fate in modo di non giungere soli da Lui. Per questo infatti sta scritto: Chi ascolta, dica: Vieni!, e chi ha già accolto in sé la voce dell’amore sovraterreno comunichi anche in forma esterna, ai fratelli, la parola dell’esortazione. Forse non ha pane per farne dono a chi chiede l’elemosina, ma ha un valore anche più grande ciò che può essere fornito da chi ha l’uso della parola. E infatti una carità ben più grande alimentare con il nutrimento della parola l’anima che vivrà in eterno, che saziare con un cibo terreno il ventre di una creatura destinata a morire.
Non negate pertanto, o fratelli, al vostro prossimo la carità della parola. Con me esorto voi stessi ad evitare discorsi vani e a guardarci dalle chiacchiere inutili. Per il fatto di essere forti nelle contese verbali, non gettiamo parole al vento, dato che il Giudice afferma: Gli uomini renderanno conto, nel giorno del giudizio, di ogni parola oziosa con cui si saranno espressi. Va definita oziosa la parola a cui manca o l’utilità della rettitudine o il motivo di una giusta necessità. Sostituite dunque i discorsi inutili con l’impegno in ciò che è edificante.
Considerate con quanta rapidità fuggono i giorni di questa vita e immaginate come sarà severo il Giudice che deve venire. Ponetelo davanti agli occhi del vostro cuore, fissatene la presenza nella mente del vostro prossimo, cosi da poter essere chiamati da Lui angeli, con Giovanni, se non trascurate di darne testimonianza nella misura delle vostre forze. Si degni di concedere questa grazia Colui che vive e regna, Dio, per tutti i secoli. Amen.
