Cristo, mia speranza, è risorto
“Questo è il giorno che ha fatto il Signore. Esultiamo insieme”.
Lo cantiamo con un salmo di Israele che esprimeva l’intima attesa del Risorto, e diviene così il canto pasquale dei cristiani. Cantiamo l’Alleluia, in cui una parola della lingua ebraica è divenuta espressione oltre il tempo della gioia dei redenti.
Ma possiamo davvero gioire? O la gioia non è quasi cinismo, scherno, in un mondo così pieno di sofferenza? Siamo redenti? Il mondo è redento?
I colpi con cui è stato assassinato l’arcivescovo di San Salvador durante la celebrazione eucaristica sono solo un lampo abbagliante che illumina lo scatenarsi della violenza, la barbarizzazione dell’uomo,diffusi in tutto il mondo.
Interi popoli si vanno lentamente estinguendo…e nessuno vuol prenderne atto. E avviene dovunque che gli uomini debbano soffrire per la loro fede, per le loro convinzioni e che i loro diritti siano calpestati. Dimitrij Dudko, un prete russo, partendo dall’esperienza della prigionia, aveva rivolto un messaggio a tutti i cristiani dicendo di parlare dal Golgota e al tempo stesso dal luogo in cui il Signore risorto è apparso attraverso le porte chiuse. Egli considera Mosca il Golgota su cui il Signore è crocifisso, ma anche il luogo in cui, nonostante o proprio per via delle porte chiuse che vorrebbero impedirgli l’accesso, il Risorto è presente e si manifesta.

Il tema del Venerdì santo non può lasciare indifferente nessun cristiano, anzi, nessun uomo che ricerchi con sincerità la retta via. Non è singolare che un uomo apparentemente sconfitto, morto nelle sofferenze e nell’abbandono più estremi, venga presentato come il redentore di tutti gli uomini? Che cosa c’entra il dolore con la salvezza, la sofferenza con la felicità? Mi fu subito chiaro che la questione del rapporto tra amore e dolore coincideva con la questione essenziale della croce e con l’ulteriore questione, legata a questa, di come l’esistenza di un altro, la sua passione e la sua vittoria, possano determinare nel profondo la mia vita e cambiarla. Ma qui si tratta di parlare soprattutto delle meditazioni sul Sabato santo. Poiché sono nato in un Sabato santo, questo giorno ha avuto da sempre per me un significato speciale. Nei miei primi anni per me era importante soprattutto il fatto che io – e i miei genitori lo sottolineavano con un certo orgoglio – fossi stato il primo battezzando a ricevere l’acqua pasquale appena benedetta. Il fatto di nascere il Sabato santo mi aveva donato il privilegio di un battesimo legato in modo assolutamente evidente alla Pasqua cristiana, così che l’intima radice e il significato essenziale del battesimo ne emergevano con particolare chiarezza. Il messaggio del giorno in cui venni al mondo aveva pertanto un legame particolare con la liturgia della Chiesa; e la mia vita era fin dall’inizio orientata a questo singolare intreccio di oscurità e di luce, di dolore e di speranza, di nascondimento e di presenza di Dio.
Oggi ci sono segnali secondo cui l’intelligenza artificiale potrebbe entrare in un suo secondo “inverno” di sviluppo. Un problema cruciale è la scarsità di dati di alta qualità. E prima ancora l’IA è incapace di astrarre, a differenza dell’intelletto umano.
La fede e la ragione sono i due pilastri della vita del cristiano. La fede è la prima virtù cristiana, il fondamento di tutte le altre, che da essa derivano. Il catechismo ci insegna che la fede è l’adesione della nostra ragione, mossa dalla grazia, alle verità rivelate da Dio, per l’autorità di Dio stesso che ce le rivela. Le verità rivelate sono dette tali perché sono contenute, in maniera esplicita o implicita, nella rivelazione divina, conclusa con la morte dell’ultimo apostolo. La Sacra Scrittura e la Tradizione raccolgono queste verità, che formano la fede oggettiva e immutabile della Chiesa. In alcuni casi queste verità oltrepassano la nostra ragione e sono dette misteri. I due misteri centrali del Cristianesimo sono la Trinità e l’Incarnazione del Verbo. Essi sono superiori alla nostra ragione, ma non le si oppongono. La fede resta infatti una forma di conoscenza razionale, distinta da quella filosofica perché soprannaturale.
Dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò molto raro; a questa forma eroica di santità dei primi tempi del cristianesimo, subentrò una nuova esperienza di fede, vissuta nel desiderio di una spiritualità più profonda e radicale, per appartenere solo a Dio nella contemplazione. Questo fu il grande movimento spirituale del “Monachesimo” – di cui Antonio è considerato il caposcuola – che avrà nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere: dall’eremitaggio alla vita comunitaria, espandendosi dall’Oriente all’Occidente. Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, in Egitto e verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare.
In base alla storia raccontata da Matteo possiamo sicuramente farci una certa idea di quale tipo di uomini debbano essere stati coloro che, in seguito al segno della stella, si sono incamminati per trovare quel Re che, non soltanto per Israele, ma per l’umanità intera avrebbe fondato una nuova specie di regalità. Che tipo di uomini, dunque, erano costoro? E domandiamoci anche se, malgrado la differenza dei tempi e dei compiti, a partire da loro si possa intravedere qualcosa su che cosa sia il Vescovo e su come egli debba adempiere il suo compito.
La prima domenica dopo Natale ricorre ogni anno la festa della Santa Famiglia di Nazareth. Una famiglia unica e irripetibile, formata da Giuseppe, Maria e Gesù. Maria e Giuseppe erano veri sposi anche se vissero il loro matrimonio verginalmente, non solo come fratello e sorella, ma come Angeli in Terra, e più ancora. E Gesù è il Figlio di Dio venuto su questa Terra per la nostra salvezza. La Famiglia di Nazareth offriva agli angeli del Paradiso lo spettacolo più bello; essa – come si espressero alcuni Santi – era come la Trinità terrestre. San Giuseppe faceva le veci del Padre, Gesù è lo stesso Figlio di Dio, Maria è il riflesso più puro dello Spirito Santo. San Giuseppe, come la Chiesa da sempre ha insegnato, non è padre naturale di Gesù, ma, come si dice comunemente, il padre putativo, verginale, in quanto Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo. Tuttavia era indispensabile la presenza di san Giuseppe per fare in modo che il Figlio di Dio entrasse in questo mondo in modo ordinato, ovvero che avesse una famiglia umana dove vivere e crescere.
Le luci del natale risplendono nuovamente nelle nostre strade, l’operazione natale è in pieno svolgimento. Per un momento, anche la chiesa viene resa partecipe, per così dire, della congiuntura favorevole: nella notte santa le case di Dio si stipano di tutte quelle persone che poi, per molto tempo, passeranno nuovamente dinanzi alle porte delle chiese come davanti a qualcosa di molto lontano ed estraneo, che non li riguarda. Ma, in questa notte, chiesa e mondo sembrano per un istante riconciliati. Ed è davvero bello! Le luci, l’incenso, la musica, lo sguardo delle persone che riescono ancora a credere e, infine, il misterioso e antico messaggio del bambino, nato molto tempo fa a Betlemme e chiamato il redentore del mondo: «Cristo, il salvatore, è qui!». Questa idea ci commuove. Eppure, i concetti che ora udiamo di ‘redenzione’, ‘peccato’, ‘salvezza’ risuonano come parole provenienti da un mondo da tempo ormai passato; forse questo mondo era bello, ma, in ogni caso, non è più il nostro. O lo è, invece? Il mondo in cui sorse la festa di natale era dominato da un sentimento che è molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il ‘crepuscolo degli dèi’ non era uno slogan, ma un fatto reale. Gli antichi dei erano a un tratto divenuti irreali: non esistevano più, la gente non riusciva più a credere ciò che per generazioni aveva dato senso e stabilità alla vita. Ma l’uomo non può vivere senza senso, ne ha bisogno come del pane quotidiano. Così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov’erano? Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della ‘luce invitta’, del sole, che giorno dopo giorno percorre il suo corso sopra la terra, sicuro della vittoria e forte, quasi come un dio visibile di questo mondo. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale, doveva essere commemorato come il giorno natale, ricorrente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti, garanzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio.